Negli ultimi anni si è consolidata una tendenza preoccupante: molte libertà fondamentali, sebbene tutelate nelle carte costituzionali, risultano nella pratica più fragili. A livello internazionale si registrano episodi che vanno dai tentativi di golpe a misure sempre più coercitive, fino a interventi che comprimono diritti di informazione, processo e associazione. Questo contesto generale si incrocia con una vicenda istituzionale precisa in Calabria, dove una modifica allo statuto regionale e la reintroduzione di figure amministrative hanno acceso un conflitto sulla possibilità di ricorrere al voto popolare.
Declino globale delle libertà: indicatori e tendenze
La valutazione delle libertà civili e dei diritti politici si fonda su una serie di parametri concreti: pluralismo politicostato di dirittoautonomiadiritti individualiprocesso elettoralefunzionamento del governodiritti associativi e libertà di espressione e di culto. Non basta che queste garanzie esistano sulla carta: è necessario che gli individui siano effettivamente messi nelle condizioni di esercitarle. Negli ultimi vent’anni si osserva una traiettoria discendente in molti di questi ambiti, con peggioramenti particolarmente marcati per i media, la libertà di espressione, la tutela della persona e il diritto a un giusto processo.
Ai fattori strutturali si sono aggiunti eventi dirompenti: colpi di stato, conflitti territoriali, tentativi di golpe promossi anche da figure elette e l’introduzione di strumenti coercitivi per la gestione del potere. In alcuni Paesi la politica si è polarizzata fino a generare repressione di manifestazioni non violente e allentamento delle norme anticorruzione. In questo panorama, soggetti impegnati nella tutela dei diritti e della trasparenza evidenziano come la corruzione e la criminalità organizzata rappresentino minacce costanti allo stato di diritto e al benessere collettivo.
La modifica dello statuto calabrese e il caso dei sottosegretari
In Calabria, la maggioranza regionale ha introdotto una modifica statutaria che porta da sette a nove il numero degli assessori e reintroduce la figura dei sottosegretari. Si tratta di una riorganizzazione istituzionale che, oltre a ridefinire assetti politici, ha effetti economici misurabili: ogni sottosegretario percepirebbe circa 15.000 euro lordi al mese con un impatto annuo superiore al milione di euro complessivi. Per molti critici questa operazione rappresenta un aumento dei costi della politica finalizzato a consolidare la maggioranza.
Subito dopo la modifica statutaria, la stessa maggioranza ha approvato una legge regionale che disciplina il ricorso al referendum popolare escludendo espressamente le modifiche parziali dallo strumento del voto popolare. Questa decisione ha sollevato contestazioni giuridiche e politiche: la norma, secondo gli opponenti, impedisce ai cittadini di pronunciarsi sulle singole porzioni di statuto che sono state alterate ed è stata indicata come incompatibile con i principi costituzionali di partecipazione previsti per gli statuti regionali.
La strada costituzionale indicata dall’ufficio regionale per il referendum
Davanti a questa situazione si è accesa la disputa sulla via giuridica percorribile. L’organo competente in materia referendaria regionale ha chiarito che, per quanto riguarda la questione dei sottosegretari, l’unica procedura prevista dalla Costituzione è il referendum ex art. 123. Tale via deve essere attivata entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, con termine indicato nella documentazione ufficiale al 3 marzo 2026. La richiesta può essere promossa da un quinto dei consiglieri o da un cinquantesimo degli elettori, nei termini e nelle forme previste.
Chi ha sostenuto la contestazione locale ha rigettato soluzioni alternative quali una legge ordinaria o interventi limitati sugli emolumenti: questi strumenti, infatti, non possono abrogare o ridisegnare una norma statutaria e finirebbero per colpire gli effetti senza intervenire sulla causa. Nel contempo sono stati avviati ricorsi amministrativi per contestare la legittimità della procedura adottata dal Consiglio regionale.
Risonanze nazionali e effetti politici
La vicenda calabrese si inserisce in un contesto più ampio in cui le clamorose crisi politiche locali possono riverberarsi a livello nazionale. Il precedente di voti popolari recenti ha dimostrato che iniziative referendarie possono produrre effetti significativi sugli equilibri di governo. In passato, azioni di mobilitazione popolare hanno portato alla rimozione di figure istituzionali e hanno mostrato come il voto diretto possa influenzare accountability e responsabilità politica.
Il confronto tra le forze politiche regionali rimane aspro: alla maggioranza si contesta una manovra volta a consolidare il controllo, mentre l’opposizione e i comitati promotori insistono sulla centralità del diritto dei cittadini a partecipare alle scelte che riguardano l’assetto istituzionale e la spesa pubblica. Fino a quando non saranno esaurite le vie legali e democratiche a disposizione, la disputa sullo statuto e sulla legittimità dei nuovi incarichi amministrativi continuerà a segnare il dibattito politico calabrese.



