Il futuro del fintech: crescita rapida, segnali di fragilità
I numeri non si possono ignorare: Bloomberg e McKinsey stimano che nel 2025 il valore globale delle transazioni fintech abbia superato i 6,2 trilioni di dollari, con un tasso annuo composto attorno al 14% negli ultimi tre anni. Una corsa veloce che apre opportunità notevoli, ma porta con sé anche rischi concreti per la stabilità finanziaria.
Perché c’è motivo di guardare con attenzione
Marco Santini, ex Deutsche Bank e oggi analista indipendente, ricorda come volumi elevati e asset in custodia crescenti possano mascherare carenze di liquidità e concentrazioni di controparte. Quando il settore cresce in fretta, piccoli problemi operativi o di modello possono trasformarsi in crisi. Sul piano regolamentare questo si traduce in un’attenzione maggiore alla due diligence e a metriche di liquidità aggiornate: servono controlli più rigorosi per evitare che l’espansione nasconda fragilità.
Le lezioni del passato
La crisi del 2008 ha dimostrato che guardare soltanto alla superficie non basta. Allora mancò trasparenza sulle esposizioni complesse e su strutture off‑balance; oggi alcune dinamiche si ripresentano sotto nuove forme: piattaforme digitali, stablecoin e modelli di credito alternativi possono amplificare rischi non sempre visibili nei bilanci. Per questo la priorità è aggiornare gli strumenti di valutazione del rischio — scoring, stress test e metriche di liquidità — e rendere più solidi i controlli prudenziali.
Dati e segnali di mercato
Sul versante tecnico emergono segnali di tensione. In alcuni segmenti i multipli prezzo/utili delle principali fintech superano i 40x; lo spread tra rendimento dei prodotti fintech e strumenti tradizionali si è compresso di circa 120 punti base rispetto ai livelli recenti. Nel mercato intraday la volatilità della liquidità è aumentata: il turnover degli exchange di token è salito del 60% su base annua e la leva sulle piattaforme più grandi supera il 18%.
Sul credito, i portafogli di prestiti digitali mostrano tassi di default medi sotto il 3%, ma con grandi differenze tra coorti e aree geografiche. Queste dispersioni impongono modelli di rischio più sofisticati e una validazione indipendente delle metodologie di scoring. In altre parole, non basta una media rassicurante: bisogna capire chi sta peggio e perché.
Impatto sulle regole e sulla struttura del mercato
Le autorità di vigilanza hanno alzato il tiro su governance e gestione della liquidità. BCE e FCA hanno già richiesto requisiti più stringenti per le piattaforme considerate di rilevanza sistemica, con l’obiettivo di limitare il rischio di contagio. L’effetto collaterale possibile è una maggiore concentrazione a favore dei grandi operatori, che dispongono delle risorse per assorbire i costi di conformità.
Le misure previste per il 2026 includono requisiti patrimoniali per le attività di custody digitale e test di resilienza operativa su scenari di stress prolungato. McKinsey stima che i costi di compliance per le fintech che operano oltre confine potrebbero salire in media del 25%, spingendo verso consolidamenti e fusioni: chi non innalzerà il capitale e non rafforzerà i processi rischia di restare indietro.
Cosa aspettarsi nei prossimi 24 mesi
Il 2026 vedrà ancora crescita, ma più selettiva. Le aziende più resilienti saranno quelle in grado di coniugare innovazione, disciplina finanziaria e controlli efficaci: non basta inventare nuovi prodotti, occorre dimostrare che la struttura di capitale e i processi interni reggono in situazioni avverse. È probabile un’ondata di M&A che ridisegnerà il settore, premiando chi ha investito per tempo in governance, risk management e compliance. Monitorare indicatori di liquidità, dispersioni nei tassi di default e la robustezza dei modelli interni sarà cruciale per evitare che l’espansione si trasformi in vulnerabilità sistemica.
